Al Signor Giuseppe Bettinelli

Dopo aver rese a vostra signoria le dovute grazie, non meno della fiducia che ha nel picciolo merito delle mie opere, che della officiosa attenzione di darmi contezza del suo disegno prima d’eseguirlo, corrispondendo con la debita gratitudine, sono obbligato a dissuaderla d’intraprender per ora la consaputa impressione#1. Le ragioni sono, che non avendo io presentemente tanto d’ozio che mi basti per ordinare, e rivedere i componimenti già con troppa sollecitudine piuttosto fuggiti che uscitimi di mano, dovrebb’ella far un miscuglio inconsiderato di cose da me disapprovate, ed alle quali manca per lo più l’estrema mano#2. E contentandosi anche di farlo così, ella sarebbe stata già prevenuta; poiché il signor Pietro Leoni libraio di Roma ha già stampata una raccolta di tutte le mie poesie con mio infinito rammarico, senza aver punto considerato il sopra espresso inconveniente#3. Quando però vostra signoria non abbia repugnanza a sospendere questo suo disegno, potrebbe convenir col mio, il quale è di raccogliere, rivedere, ed ordinare tutte le mie composizioni poetiche, scrivere un trattato sopra il dramma italiano (per qual progetto ho già in pronto tutta la selva) e poi farne una pulita impressione, per la quale potrei a suo tempo intendermi seco#4. Ma per far questo, bisogna ozio; merce un poco rara per me presentemente#5. Con tutto ciò non dispero, lavorando a tratto a tratto, fra gl’interstizi del mio impiego, di giungere al termine di tal disegno#6. E con mille nuove proteste della mia riconosciuta obbligazione, pronto a’ suoi comandi mi dico

Vienna 14 giugno 1732.
 

 

M. tenta di dissuadere l’editore veneziano dallo stampare una raccolta organica delle proprie opere; tuttavia, il progetto di edizione in 4º delle Opere drammatiche verrà realizzato di lì a breve con la collaborazione diretta di M., che tuttavia, nel prosieguo del carteggio, si lamenterà dell’operato di Bettinelli – verso il quale sarebbe venuta meno la stima iniziale –, reo di aver sottoposto i testi ad arbitrii editoriali, operando interpolazioni nella filiera delle edizioni e delle «vergognose ristampe» (cfr. a Saverio Mattei, 13 dicembre 1779), oltre ad aver compiuto illegittime attribuzioni di componimenti lirici (cfr. a Bettinelli, 21 marzo 1744 e 2 maggio 1744, e a Saverio Mattei, 13 dicembre 1779). I primi tre volumi delle Opere drammatiche furono stampati nel 1733, il quarto nel 1737, mentre il quinto uscì nel 1745. Prima della rottura con Bettinelli e della pubblicazione delle edizioni approvate (la parigina del 1755 curata da Calzabigi, la torinese del 1757-1768 e la parigina di Herissant del 1780-1782), M. ritenne l’edizione Bettinelli la «più compiuta» (a Tommaso Filipponi, 28 settembre 1746).

M. allude alle stampe non autorizzate dei propri componimenti che circolavano da tempo sul mercato editoriale. Infatti, se si eccettua l’edizione delle giovanili Poesie di Pietro Metastasio romano, uscite a Napoli per i tipi di Michele Luigi Muzio nel 1717 (cfr. ad Aurelia gambacorta d’Este, 1 agosto 1716: «Ma, ritrovandomi ora in Napoli, né tolerando di più lungamente differire a me stesso la sorte di mostrarvi qualche saggio del mio divoto ossequio, ho raccolto in questo picciol volume alcuni miei componimenti poetici, i quali come primi frutti del mio debile ingegno sono a voi più che ad ogni altra dovuti»), M. non autorizzò nessuna edizione precedente a quella bettinelliana.

Pietro Leone fu un libraio romano attivo tra il 1701 e il 1737, con la bottega in Parione, e poi a Pasquino, all’insegna di San Giovanni di Dio. Fino alla data della missiva licenziò diversi drammi metastasiani. Considerando che le edizioni settecentesche di M. non sono state, ad oggi, catalogate e descritte se non in modo sommario, ho interrogato i maggiori cataloghi disponibili in rete, che tuttavia non recano traccia di questa «raccolta» anteriore al giugno del 1732. Del Leoni si segnala un’edizione di Opere metastasiane datata 1737 in sei volumi (Opere drammatiche oratorj sacri, e poesie liriche del signor abbate Pietro Metastasio romano poeta cesareo divise in sei volumi ne’ quali si contiene quanto a fin’ora dato alla luce l’autore, In Roma, a spese di Pietro Leone libraro a Pasquino all’insegna di S. Gio. di Dio, per Giovanni Zempel, 1737) che, secondo quanto emerge da due lettere al fratello Leopoldo, potrebbe trattarsi della «ristampa» di un’edizione precedente, forse quella cui allude M. in questa missiva; cfr. a Leopoldo Trapassi, 20 agosto 1735: «Desidero sapere che cosa il signor Leoni abbia poi risoluto sul punto della ristampa: se forse si è disanimato; se persiste, o che pensa. Perché nel secondo caso gli darò forse alcuna cosetta inedita»; cfr. a Leopoldo Trapassi, 14 marzo 1736: «Ho risposto ad una lettera di Pietro Leoni, il qual si lagnava di non aver avute le ultime due opere da voi, e gli ho risposto che io non me ne mischiava; ed in quanto alla seconda parte della sua lettera, nella qual dice che teme di non essere assistito nella ristampa che medita di tutte le opere mie, l’ho assicurato che lo sarà, quando voglia farla in maniera che non mi faccia vergogna».

Si fa qui riferimento al trattato che, con il titolo di Estratto dell’arte poetica d’Aristotile e considerazioni su la medesima, verrà pubblicato soltanto nel 1783 nel XII volume della monumentale edizione parigina, curata da Giuseppe Pezzana per i tipi di Herissant (Gian Claudio Molini), delle opere metastasiane, cu sui si veda almeno W. Spaggiari, Giuseppe Pezzana e l’edizione Herissant delle opere di Metastasio, in «Italianistica», XIII, 1984, pp. 175-191. Stupisce come a questa altezza cronologica (1732) i materiali critici e bibliografici, gli appunti frammentari e le tracce teoriche e argomentative (la «selva», appunto) destinati a sostanziare il trattato fossero già affastellati, sia pure in forma caotica e disorganica, sullo scrittoio di M., il quale si dichiara più volte intenzionato a conferire all’opera un’architettura compiuta e omogenea (cfr. anche a Bettinelli, 28 febbraio 1733). Toni e contenuti simili nella lettera a Matteo Damiani del 26 febbraio 1735: «Per lo trattato da me ideate sopra il dramma italiano, ho raccolta la maggior parte della selva necessaria, ma non ho per ora né so prevedere quando io sia per aver agio a distenderlo». Sulla genesi e la storia redazionale di questa importante poetica del teatro e del genere melodrammatico che, pur sviluppandosi come esegesi e lettura del trattato aristotelico, tocca svariate questioni di teoria drammatica settecentesca, rinvio all’introduzione e al commento di Elisabetta Selmi all’edizione da lei curata dell’Estratto (Palermo, Novecento Editrice, 1998).

Nella lettera a Bettinelli del 28 febbraio 1733, M. lamenterà la mancanza di tempo per terminare l’Estratto, rimettendo «ad altro tempo» la sua pubblicazione.

Disegno che, tuttavia, verrà temporaneamente abbandonato pochi mesi più tardi; cfr. a Bettinelli, 28 febbraio 1733: «Le mie assidue occupazioni in questa corte non mi lasciano tanto a me stesso ch’io possa perfezionare alcuna delle cose già da me disegnate in Italia: onde il trattato, di cui le feci parola è ancora nello stato medesimo. Ed il peggio è ch’io non veggo vicina la quiete che mi bisogna per onestamente pubblicarlo». La notizia circa la dilazione dei tempi di stesura del trattato è confermata nella prefazione L’editore a chi legge premessa alle Opere drammatiche del Sig. Abate Pietro Metastasio romano poeta cesareo. Volume primo, Venezia, Presso Giuseppe Bettinelli. Al Secolo delle Lettere, 1733: «[M.] mi fé sperare un trattato che meditava della poesia drammatica, nel quale intendeva di comunicare al pubblico le osservazioni da sé fatte in questo genere di poesia, e di fissarne le regole. Sia che le sue occupazioni nel servigio cesareo non gli abbiano permesso di finirlo, sia qualunque altra cagione, son già presso due anni che io trattengo, aspettandolo, la stampa da me ideata e dal pubblico stesso sospiratissima».