Al Signor Giuseppe Bettinelli

Mi ha oltremodo consolato il paragrafo della vostra lettera, in cui mi parlate del nostro degnissimo signor Apostolo Zeno: tanto più che dal signor Ippolito Bertolani#1 non avea quelle notizie di sua salute che io vivamente desidero#2. Non saprei dirvi a qual segno mi abbia obbligato la parte ch’egli prende nel miglioramento della mia: dopo avergli baciate le mani a mio nome, rendetegliene grazie senza fine; assicurandolo ch’io conservo per lui quel tenero, ed affettuoso rispetto che ho concepito per la sua venerata persona fin dal mio ingresso nel paese delle lettere#3, e che gli auguro dal Cielo tutto ciò che a me stesso desidero. Voi amatemi, comandate, e credetemi 

Vienna 27 novembre 1745.
 

Già segretario del nobile veneziano Bernardo Trevisan, Ippolito Bertolani fu segretario e stretto collaboratore di Zeno a Vienna, nonché corrispondente di Muratori; cfr. Bruno Brunelli, Figurine e costumi nella corrispondenza di un medico del Settecento, Milano, Mondadori, 1938, pp. 55-64.
 

Sulla «poca felice salute» di Zeno, M. si pronunciava in un’altra lettera al Bettinelli dell’11 febbraio 1736. 
 

Emerge in questo passaggio, ancora una volta, l’affetto e la riconoscenza verso Apostolo Zeno, ritenuto da M. il fautore del suo mandato di poeta cesareo. In proposito si veda una giovanile lettera allo Zeno scritta da Roma il 5 novembre 1729: «ma ora mi si aggiunge una inescusabile necessità, poiché senza taccia d’ingrato non posso dissimulare di dovere alla generosità sua tutta la mia fortuna. Ella mi ha abilitato, facendosi da me ammirare ed imitare; mi ha sollevato all’onore del servizio cesareo col peso considerabile della sua approvazione; onde ardisco di lusingarmi che, riguardandomi come un’opera delle sue mani, seguiti a proteggere quasi in difesa del suo giudizio la mia pur troppo debole abilità ed a regolare a suo tempo la mia condotta, facendomi co’ suoi consigli evitare quegli scogli che potrebbe incontrare chi viene senza esperienza ad impiegarsi nel servizio del più gran monarca del mondo. La confessione di questi miei obblighi verso di V. S. illustrissima e le speranze che io fondo nella sua direzione, sono finora note a tutta la mia patria, e lo saranno per fin che io viva, dovunque io sia mai per ritrovarmi, unico sfogo della mia verso di lei infruttuosa gratitudine».